SABRA E SHATILA

grandeCAPI D’ACCUSA CONTRO LO STATO DI ISRAELE

Marwan Hassib Barghouti, in nome del popolo palestinese Accusa – Contro – Lo Stato di Israele, Imputato 3 ottobre 2002 Dichiarazione di imputazione Lo Stato di Israele ha la responsabilità criminale, diretta e indiretta, di aver commesso atti specifici di genocidio, pulizia etnica, compreso lo sradicamento dei Palestinesi attraverso attacchi militari, arresti arbitrari, detenzioni amministrative e illegali, attacchi contro donne, bambini e anziani, sistematica e deliberata distruzione di proprietà e case, sistematica espropriazione e confisca di beni, violenza contro la vita e le persone, in particolare omicidi di ogni tipo, compresi assassini politici, confisca di terre e di proprietà, creazione di riserve separate e Bantustan, disgregazione e rovina della vita pubblica terrorizzando un’intera popolazione, anche attraverso atti di punizioni e rappresaglie collettive, discriminazioni razziali, rapine, razzie e saccheggi, provocando gravi danni fisici e mentali tramite tortura maltrattamenti, punizioni crudeli disumane e degradanti, mutilazioni mortali o permanenti, deliberata imposizione di condizioni di vita espressamente pensate per provocare il completo o parziale crollo fisico, approvando e implementando misure legislative mirate a impedire la partecipazione dei Palestinesi alla vita politica sociale economica e culturale, e creando deliberatamente le condizioni per impedire il pieno sviluppo dei Palestinesi, attraverso lo sfruttamento del lavoro, la persecuzione delle organizzazioni e dei loro membri, la negazione dei diritti e delle libertà fondamentali ad un popolo che si oppone all’occupazione militare, al colonialismo, all’apartheid, e altri atti criminali. Leggi, trattati e convenzioni violate. Lo Stato di Israele penalmente responsabile dei crimini che sono riconosciuti come i pi gravi tra quelli che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme. Questi includono: Il crimine di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini di aggressione come definiti e specificati nello Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale, con gli emendamenti dei 10 novembre 1998 e 12 luglio 1999. Violazione di 85 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; Violazione dei seguenti trattati e convenzioni: – Carta delle Nazioni Unite; – Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio; – Convenzione sulla non applicabilità delle Limitazioni allo Statuto sui Crimini di Guerra e i Crimini contro l’Umanità; – Convenzione di Ginevra sul Trattamento dei Prigionieri di Guerra; – Convenzione di Ginevra sulla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra; – Protocollo aggiuntivo della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 sulla Protezione delle Vittime dei Conflitti Armati; – Accordo Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali; – Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici; – Dichiarazione sul Diritto e la Responsabilità degli Individui, dei Gruppi e delle Organizzazioni della Società per Promuovere e Proteggere i Diritti Umani e le Libertà Fondamentali Universalmente Riconosciuti; – Dichiarazione sul Risarcimento di Indipendenza ai paesi e ai popolo colonizzati; – Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione Razziale; – Convenzione Internazionale sulla Soppressione a la Punizione del Crimine di Apartheid; – Convenzione contro la Discriminazione nell’Istruzione; – Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne; – Convenzione sui Diritti Politici delle Donne; – Convenzione sui Diritti del Bambino; – Regole Minime per il Trattamento dei Prigionieri; – Principi Basilari per il Trattamento dei Prigionieri; – Principi per la Protezione di Tutte le Persone sotto ogni Forma di Detenzione o Prigionia; – Regole delle Nazioni Unite per la Protezione dei Giovani Privati della Libertà; – Convenzione contro la Tortura ed altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti; – Principi sull’Effettiva Indagine e Documentazione di Tortura e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti; – Principi di Etica Medica concernenti il Ruolo del Personale Sanitario, in particolare Medici, a Protezione di Prigionieri e Detenuti sotto tortura e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli Disumani o Degradanti; – Codice di Condotta per gli Ufficiali delle Forze dell’Ordine; – Principi di Base sull’Uso della Forza e delle Armi da Fuoco da parte degli Ufficiali delle Forze dell’Ordine; – Principi di Base sul Ruolo degli Avvocati; – Regole Minime di Base delle Nazioni Unite per l’Amministrazione della Giustizia relativa ai Giovani; – Principi di Base sull’Indipendenza della Magistratura; – Principi sull’Effettiva Prevenzione e Indagine delle Esecuzioni Extragiudiziarie, Arbitrarie e Sommarie. Capi d’accusa specifici contro lo Stato d’Israele. I. Crimini di guerra e crimini contro l’umanità. 1. Lo Stato di Israele e i suoi agenti predecessori hanno commesso vari atti di genocidio, uccidendo migliaia di civili palestinesi, causando gravi danni fisici e mentali a migliaia di Palestinesi, e imponendo deliberatamente condizioni di vita che hanno lo scopo di distruggere le condizioni materiali e fisiche della vita. Tra questi citiamo i seguenti esempi, non esaustivi: Baldat al-Shaikh (30-31 gennaio 1947), Yehida (13 dicembre 1947), Khisas (18 dicembre 1947), Qazaza (19 dicembre 1947), Katamon (5 luglio 1948), Deir Yassin (9-10 aprile 1948), Naser al-Din (13-14 aprile 1948), Tantura (15 maggio 1948), Beit Daras (21 maggio 1948), Lydda (11 luglio 1948), Dawayma (29 ottobre 1948), Houla (26 ottobre 1948), Sharafat (7 febbraio 1951), Kibya (14 ottobre 1953), Kafr Kassim (29 ottobre 1956), Gaza City (5 aprile 1956), Khan Younis (3 novembre 1956), Rafah (12 novembre 1956), Al-Sammo (13 novembe 1966), Kawnin (15 ottobre 1975), Bint Jbeil (21 ottobre 1976), Abbasieh (17 marzo 1978), Adloun (17 marzo 1978), Saida (4 aprile 1981), Fakhani (17 luglio 1981), Beirut (17 luglio 1981), Sabra and Shatila (16-18 settembre 1982), Jibsheet (27 marzo 1984), Sohmor (19 settembre 1984), Seer al-Gharbiah (23 marzo 1985), Maaraka (5 marzo 1985), Zrariah (11 marzo 1985), Homeen al-Tahta (21 marzo 1985), Jibaa (30 marzo 1985), Yohmor (13 aprile 1985), Tiri (17 agosto 1986), Al-Naher al-Bared (11 dicembre 1986), Ain al-Hilwe (5 settembre 1987), Nablus (16 dicembre 1988), Nahhalin (13 aprile 1989), Oyon Qara (20 maggio 1990), Siddiqine (25 luglio 1990), Jerusalem (8 ottobre 1990), Hebron (25 febbraio 1994), Jalabia (28 marzo 1994), Aramta (15 aprile 1994), Erez (17 luglio 1994), Deir al-Zahrani (5 agosto 1994), Nabatiyeh (21 marzo 1994), Sohmor (2 aprile 1996), Mansuriah (13 aprile 1996), Nabatiya (18 aprile 1996), Qana (18 aprile 1996), West Bank/Gaza (25-28 settembre 1996), Tarqumia (10 marzo 1998), Janta (22 dicembre 1998), Beirut (24 giugno 1999), Western Baq’a (29 dicembre 1999), Jerusalem (29 settembre 2000), Idna (19 luglio 2001), Nablus (31 luglio 2001), Beit Rima (24 ottobre 2001), Jenin (3-21 aprile 2002), Nablus (3-21 aprile 2002). 2.

 

Tra il 1948 e il 1949 lo Stato di Israele ha assassinato almeno 13000 Palestinesi. Durante la guerra del giugno 1967 lo Stato di Israele ha assassinato, sebbene non siano mai state prodotte stime ufficiali, almeno 15000 Palestinesi, Egiziani, Giordani e Siriani. 3. In Libano lo Stato di Israele ha assassinato oltre 29500 civili palestinesi e libanesi, il 40% dei quali erano bambini. Nel corso di varie invasioni lo Stato di Israele ha forzatamente deportato pi di 100000 civili palestinesi e libanesi. 4. Tra dicembre 1987 e settembre 1993 lo Stato di Israele ha assassinato pi di 1300 civili palestinesi, di cui pi di un quarto sotto i 16 anni, ne ha ferito pi di 100000, e ha demolito 2089 case. Tra il 1993 e la fine del 1999 lo Stato di Israele ha assassinato 492 civili palestinesi. Nello stesso periodo lo Stato di Israele ha demolito circa 1000 case palestinesi, lasciando pi di 5000 Palestinesi senza casa. 5. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele, il suo esercito e suoi cittadini hanno ucciso 1639 Palestinesi, tra cui 336 bambini. 6. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha assassinato almeno 103 Palestinesi, di cui la met erano semplici passanti, e tra questi anche donne e bambini, in omicidi commissionati direttamente dallo Stato. 7. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha assassinato pi di 550 Palestinesi attraverso attacchi e bombardamenti a infrastrutture civili e pubbliche, case scuole e altri luoghi. Lo Stato di Israele, impedendo l’accesso al personale medico o attraverso altre restrizioni di movimento, ha causato la morte o gravi danni a molti Palestinesi ai posti di blocco. 8. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha gravemente danneggiato, mutilato, ferito almeno 20000 Palestinesi, lasciando pi di 2000 Palestinesi con handicap permanenti. Nello stesso periodo lo Stato di Israele ha demolito pi di 985 case Palestinesi. 9. Dalla fine di settembre 2000 lo Stato di Israele ha lanciato attacchi militari contro civili palestinesi. Questi attacchi comprendono spari, colpi di mortaio e bombardamenti nelle loro case, scuole, universit, ospedali, campi, cliniche e luoghi di lavoro. Lo Stato di Israele ha bersagliato ambulanze e paramedici chiaramente identificati, giornalisti e difensori dei diritti umani. Lo Stato di Israele ha usato armi pesanti contro i Palestinesi, comprese bombe, colpi da mortai e carri armati, missili aria-terra e terra-terra sparati da elicotteri da combattimento e aerei F16, navi da guerra. Lo Stato di Israele anche responsabile della morte dei Palestinesi che sono stati colpiti e uccisi da cecchini israeliani, che hanno sparato proiettili ad alta velocit contro civili in aree civili. In questo periodo lo Stato di Israele ha ucciso o ferito un numero spropositato di donne e bambini, personale medico chiaramente identificato, difensori dei diritti umani e giornalisti. 10. Dal 1967 lo Stato di Israele ha provocato incidenti causati da esplosioni e deflagrazioni dovute ad oggetti lanciati da veicoli ed elicotteri militari, mine ed esplosivi, oggetti infiammabili. Questi oggetti o sono esplosi causando ferite a grappolo, o hanno preso fuoco provocando gravi ferite. Per esempio il 13 febbraio 1989 Iktimal Dim (6 anni) stata uccisa, e suo fratello, ‘Isam Dim (10 anni) stato ferito, dalle pallottole di uno strumento esplosivo lanciato da un elicottero israeliano che ha sorvolato il villaggio di Tayasir. Dal 1967, un gran numero di Palestinesi stato ferito o ucciso per essere incappato in mine o altri esplosivi cosparsi sul terreno dall’esercito israeliano. 11. Dal 1948 lo Stato di Israele ha ordinato e incoraggiato i suoi militari all’uso brutale della forza fisica contro Palestinesi disarmati, per lo pi giovani. Questo include il pestaggio sistematico dei civili palestinesi da parte dei soldati e della polizia israeliana, che hanno ottenuto particolare notorietà nel 1988 dopo che Yitzhak Rabin, poi Ministro della Difesa, annunci una polizia di “forza, potere e pestaggi”, il 18 gennaio 1988. I Palestinesi sono stati picchiati arbitrariamente e a caso, senza nessuna apparente connessione con le proteste, e sono stati spesso presi dalle loro case o dalle strade e brutalmente malmenati. I pestaggi sono di solito stati portati avanti da gruppi di soldati israeliani che agivano insieme piuttosto che da individui. Episodi di pestaggi hanno avuto luogo in situazioni in cui le vittime non hanno opposto alcuna resistenza. Per esempio il 19 e 21 gennaio 1988 nel villaggio di Huwarra, soldati israeliani hanno rastrellato venti residenti, li hanno portati in un’area remota, li hanno legati e imbavagliati, e poi hanno loro deliberatamente rotto braccia e gambe. La mancanza di appropriate indagini nei casi in cui dei Palestinesi sono stati gravemente feriti o uccisi in seguito a pestaggi conferma ulteriormente che queste aggressioni sono una scelta politica dello Stato di Israele. 12. Tra il 1949 e il 1956 lo Stato di Israele ha assassinato almeno 5000 profughi palestinesi, per lo pi contadini che stavano cercando di tornare in patria, o per viverci, o per vedere i parenti, o per il raccolto. 13. Lo Stato di Israele ha imposto severe restrizioni alla possibilità di movimento dei Palestinesi, attraverso chiusure, assedi, coprifuoco, e attraverso l’uso di trincee, steccati, fil di ferro, muri. Lo Stato di Israele ha controllato, ristretto, chiuso e negato l’accesso dei Palestinesi a strutture, merci e servizi di grande importanza, compresi l’aiuto e l’assistenza umanitaria, gli ospedali e le cliniche da campo, a fondamentali risorse come le medicine, il cibo e l’acqua, l’istruzione, attraverso la negazione ai Palestinesi dell’accesso a scuole e università, luoghi di lavoro e di affari, aree agricole, industrie, famiglie e vita comunitaria. 14. Lo Stato di Israele ha aggredito le donne palestinesi in vari modi, tra cui l’uso illegale e indiscriminato di forza letale da parte delle autorità militari israeliane che ha causato morti e ferite; l’abuso deliberato di gas lacrimogeni da parte dell’esercito israeliano che ha provocato soffocamenti, problemi di salute e aborti tra le donne palestinesi; brutalità da parte dei soldati, molestie e intimidazioni sessuali da parte dei soldati israeliani, l’uso di un linguaggio osceno, il mancato soccorso, soldati che hanno urinato sulle donne, molestie e tentativi di violenza sessuale; arresti, interrogatori e torture nelle prigioni israeliane; donne usate come ostaggi; espulsioni e ostacoli continui ai comitati delle donne e alle organizzazioni di beneficenza, attacchi ai centri, agli asili e alle cooperative delle donne. 15. Lo Stato di Israele ha deliberatamente provocato una crisi umanitaria con l’impoverimento dei civili palestinesi tramite politiche affamatrici. Lo Stato di Israele ha imposto restrizioni di movimento, negato e impedito l’accesso all’aiuto e all’assistenza umanitari, al cibo e all’acqua, all’assistenza sanitaria, agli ospedali, al lavoro, all’istruzione. II. Negazione dell’Assistenza Sanitaria. 16. Lo Stato di Israele ha permesso che i suoi militari malmenassero e detenessero Palestinesi feriti, ostacolando i tentativi del personale medico e di altri di aiutare Palestinesi gravemente feriti, maltrattando fisicamente dottori e altri professionisti del sistema sanitario, maltrattando Palestinesi feriti, attaccando le strutture mediche, sparando contro le ambulanze, adottando misure che hanno ridotto la qualità e la disponibilità dei servizi sanitari. Questi abusi illustrano il disprezzo per le pi fondamentali norme umanitarie da parte dello Stato di Israele. III. Espulsioni. 17. Lo Stato di Israele ha sistematicamente spossessato, sradicato ed espulso le comunità palestinesi, in tutto o in parte, costringendo le comunità palestinesi rimaste a vivere in enclavi separate, inferiori, meno fertili, frammentate e non contigue, sia dentro i suoi propri confini sia dentro i territori palestinesi occupati. Per ridurre il numero di Palestinesi nei confini storici della Palestina dal 70% al 50% lo Stato di Israele ha usato vari metodi, comprese le espulsioni forzate, atti di genocidio e pulizia etnica. 18. Lo Stato di Israele ha forzatamente espulso pi di 780000 Palestinesi, che ammontavano al 60% della popolazione palestinese totale, e ha spopolato e raso al suolo 531 villaggi e località palestinesi. Nel 1948 lo Stato di Israele ha deportato internamente circa 37500 Palestinesi. Anche dopo la firma dell’armistizio nel 1949, lo Stato di Israele ha continuato ad espellere migliaia di Palestinesi, in particolare dal “Piccolo Triangolo”, e nel sud da Majdal a Fluja e Bir Saba, la regione di Hebron, e dall’est e dal nord del Mare di Galilea. 19. Lo Stato di Israele ha anche portato avanti rastrellamenti nei villaggi palestinesi, ed espulso quei Palestinesi che loro avevano deciso essere “illegali”. Nel deserto del Negev, per esempio, tra il 1949 e il 1953 lo Stato di Israele ha espulso quasi 17000 Beduini. Nel solo 1953 lo Stato di Israele ha espulso con la forza 7000 Beduini. Queste espulsioni avvenivano di solito in modo brutale. Quello stesso anno, il 14 ottobre 1953, un’unità di un commando israeliano, sotto il comando dell’attuale Primo Ministro dello Stato di Israele, ha assassinato 69 civili palestinesi, soprattutto donne e bambini, e fatto saltare in aria 45 case palestinesi nel villaggio di Qibiya, in Cisgiordania. Il 29 ottobre 1956, lo Stato di Israele ha assassinato quarantanove abitanti di un villaggio palestinese, tra cui 15 donne e 11 bambini a Kafr Kassim, un villaggio palestinese nel “Piccolo Triangolo”. Le persone sono state messe in fila e passate per le armi, per aver rotto un coprifuoco di cui non erano state informate. Il giorno successivo, il 30 ottobre 1956, lo Stato di Israele ha espulso con la forza circa 5000 Palestinesi da Krad al Baqqara e da Krad al Ghannama, in Siria. 20. Nel 1967 lo Stato di Israele ha costretto all’espulsione 388500 civili palestinesi, di cui 188500 divennero profughi per la seconda volta. 21. Tra il 1967 e il 2002 lo Stato di Israele ha deportato 1531 Palestinesi, tra cui sindaci, scrittori, studenti e professori universitari, come misura punitiva. Nel solo agosto 1971 lo Stato di Israele ha deportato 600 profughi palestinesi che vivevano nella Striscia di Gaza. Tra il 1987 e il 1999, nella sola Gerusalemme Est, lo Stato di Israele ha revocato il diritto di residenza a 3327 Palestinesi. 22. Fino ad oggi lo Stato di Israele ha impedito il ritorno di circa 6 milioni di profughi palestinesi, che sono stati espulsi o deportati. Il 26 ottobre 1948 il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion ha nominato il “Transfer Committee” (Comitato di Trasferimento) e ha adottato le sue raccomandazioni per impedire il ritorno dei profughi palestinesi. Fino ad oggi a circa 250000 Palestinesi che hanno subito deportazioni interne impedito il ritorno alle loro case e ai loro villaggi. Dal 1948 lo Stato di Israele ha sradicato circa tre quarti del popolo palestinese dalla propria terra, facendo di questo caso il pi grande e uno dei problemi pi lungamente irrisolti tra quelli dei profughi nel mondo odierno. La maggioranza dei profughi palestinesi che vivono nei territori palestinesi occupati e di quelli che vivono nei confini dello Stato di Israele, vivono a non pi di 100 miglia (circa 150 Km) dai loro luoghi di origine ma vedono negato il loro diritto a tornare nelle loro case e nelle terre. IV. Demolizioni di case e distruzione di propriet. 23. Dal 1967 lo Stato di Israele ha demolito almeno 9000 case palestinesi, lasciando 50000 Palestinesi senza casa. Nel solo agosto 1971 lo Stato di Israele e l’esercito israeliano, guidato dall’attuale Primo Ministro, ha demolito 2000 case palestinesi nella Striscia di Gaza, sradicando 12000 profughi palestinesi per la seconda volta nella loro vita. 24. Nel 1948 e dopo, lo Stato di Israele ha saccheggiato e razziato proprietà palestinesi disseminate su centinaia di città e villaggi palestinesi, tra queste case, oggetti domestici, denaro, equipaggiamento pesante, camion e intere mandrie di bestiame. La quantità totale di proprietà palestinese confiscata dallo Stato di Israele ammonta ad oltre 4 milioni di acri di terra, il saccheggio e la confisca di decine di migliaia di case, appartamenti, negozi, fabbriche e altre strutture. V. Confisca della Terra e Colonizzazione. 25. Lo Stato di Israele ha confiscato 800000 acri di terra coltivata di contadini palestinesi, inclusa ogni forma di coltivazione, olivi, tabacco e frutta. Inoltre lo Stato di Israele ha confiscato animali da soma e da lavoro, capre, pecore e galline. 26. Lo Stato di Israele ha confiscato i beni del clero musulmano, donazioni di terra e proprietà, che raccoglievano un decimo della terra in Palestina prima del 1948, e il 70% di tutte le pecore in alcune città palestinesi, oltre al demanio, alle case e agli affari urbani. Si stima che lo Stato di Israele abbia confiscato, distrutto e saccheggiato 1.8 miliardi di dollari di proprietà mobile e terra dei profughi palestinesi. Oggi valutata in 209 miliardi di dollari. 27. Dal 1948, lo Stato di Israele ha confiscato il 96% della terra posseduta dai Palestinesi per l’uso esclusivo di Ebrei israeliani. Dal 1967 lo Stato di Israele ha confiscato il 59% della Cisgiordania e della Striscia di Gaza occupate per uso esclusivo di Ebrei israeliani. 28. Dal 1967, lo Stato di Israele responsabile di aver insediato, finanziato e protetto colonie ebree illegali in Cisgiordania e Gaza. Lo Stato di Israele ha confiscato 40000 acri di terra per costruire un vasto sistema stradale nei territori palestinesi occupati, a cui permesso l’accesso solo all’esercito e ai coloni. La maggior parte di questa terra era precedentemente coltivata da contadini palestinesi. 29. Dal 1967, lo Stato di Israele ha trasferito 400000 coloni nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est. 30. Dal 1967 a settembre 2001 lo Stato di Israele ha costruito 123 insediamenti illegali su terra palestinese confiscata ed espropriata in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est), ospitando 198000 coloni. Tra il 1993 e settembre 2001 la popolazione degli insediamenti aumentata da 100000 a 198000, cioè quasi raddoppiata. Nella Gerusalemme Est occupata, tra il 1997 e settembre 2001 lo Stato di Israele ha aumentato il numero di coloni fino a 167000. Tra il 1993 e agosto 2001 lo Stato di Israele ha confiscato pi di 70000 acri di terra palestinese. Nel solo 1999 lo Stato di Israele ha confiscato circa 10000 acri di terra palestinese. Solo dal febbraio 2001 lo Stato di Israele ha costruito almeno 34 nuovi insediamenti, senza contare l’espansione illegale delle colonie esistenti. 31. Dal 1967, lo Stato di Israele n ha impedito le aggressioni dei coloni israeliani nei confronti di individui e comunità palestinesi n effettivamente intervenuto per fermare queste aggressioni. Per esempio il 2 giugno 1980, come conseguenza di autobombe messe da coloni israeliani sostenuti dell’esercito israeliano, i sindaci di Nablus e Ramallah, Bassam Shaka e Karim Khalaf, sono stati gravemente menomati. Il 24 settembre 1994 un colono israeliano, Baruch Goldstein, e’ entrato nella Moschea Ibrahimi a Hebron e ha aperto il fuoco sui fedeli che celebravano la fine del Ramadan. 29 Palestinesi sono stati uccisi. Lo Stato di Israele intervenne solo per uccidere altri 6 Palestinesi. Lo Stato di Israele ha ordinato ai suoi soldati di cooperare con i coloni impegnati in provocazioni violente contro i residenti palestinesi. Inoltre lo Stato di Israele non ha mai sottoposto a giudizio o considerato i coloni responsabili delle loro azioni. I coloni palestinesi hanno assassinato o ferito Palestinesi, hanno distrutto e vandalizzato o rubato grandi parti di proprietà palestinese. 32. Fino ad oggi lo Stato di Israele ha continuato questa politica di espropriazione della terra, distruzione della terra, distruzione di proprietà agricole, demolizione di case sia dentro Israele che nei territori palestinesi occupati. Nei territori palestinesi occupati lo Stato di Israele ha mantenuto una politica volta ad insediare continuamente nuove colonie per soli Ebrei che hanno anche lo scopo di isolare e separare le comunità palestinesi. Inoltre lo Stato di Israele ha imposto massicce restrizioni alla possibilità di nuove costruzioni palestinesi. 33. Dentro Israele, lo Stato di Israele ha confinato i Palestinesi in enclavi ristrette e deliberatamente sottosviluppate, con accesso ridotto alle risorse ai servizi e alle strutture necessari. Lo Stato di Israele non ha leggi che impediscano la discriminazione in materia di proprietà della terra, leasing e residenza. Lo Stato di Israele usa agenzie quasi-governative e leggi e piani regolatori per confinare i Palestinesi in aree particolari ed impedire la crescita naturale. A Gerusalemme Est occupata lo Stato di Israele impedisce ai Palestinesi l’accesso al 66% della terra grazie a piani regolatori e restrizioni alla edificazione. In altre parti dei territori palestinesi occupati lo Stato di Israele ha confinato i Palestinesi in enclavi stile Bantustan, anche qui con accesso ridotto alle risorse necessarie, compreso il rifornimento di acqua, servizi e altre strutture. VI. Confisca dell’Acqua. 34. Dal 1967, lo Stato di Israele ha confiscato pi dell’80% delle falde acquifere palestinesi. Poco dopo la guerra di giugno 1967 lo Stato di Israele ha distrutto 140 pompe per l’acqua nella Valle del Giordano, che venivano usate per irrigare le fattorie palestinesi della zona. Dal 1967 tutta la gestione dell’acqua in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza stata posta sotto amministrazione militare israeliana. 35. Lo Stato di Israele ha strategicamente insediato colonie illegali per attingere alle falde acquifere e alle sorgenti di acqua palestinesi, consentendo una distribuzione discriminatoria delle risorse di acqua. Gli Israeliani consumano, pro capite, cinque volte pi acqua dei Palestinesi, anche se la loro popolazione solo il doppio di quella palestinese, a dispetto di periodi di siccità in cui il rifornimento di acqua municipale per i Palestinesi si asciuga letteralmente per mesi durante l’estate. 36. Nei soli aprile e maggio 2002 lo Stato di Israele ha causato la distruzione del settore acquifero palestinese per un valore di 7 milioni di dollari. Nello stesso periodo lo Stato di Israele ha distrutto la rete idrica, negando ai Palestinesi l’accesso all’acqua corrente per periodi anche di due settimane alla volta. 37. Lo Stato di Israele ha sistematicamente scavato trincee lungo le strade principali, rendendo inutilizzabili l’acqua, i pozzi e le linee di telecomunicazione fino alle case palestinesi, ha causato danni intenzionali alle strutture di pompaggio, distruzioni intenzionali alle linee di trasmissione dell’acqua dai pozzi situati fuori dalle città, ha impedito alle squadre municipali diportare a termine le riparazioni di emergenza, uccidendo anche un ingegnere della municipait di Nablus. Un operatore dei pozzi di Jenin stato preso in ostaggio due volte. VII. Violazione al Processo Dovuto e Tortura. 38. Dal 1967 ad oggi, lo Stato di Israele ha arbitrariamente detenuto pi di 620000 Palestinesi. Nel solo 1989 lo Stato di Israele ha imprigionato 50000 Palestinesi, pari al 16% dell’intera popolazione maschile della Cisgiordania e della Striscia di Gaza compresa tra l’et di 14 e 55 anni. Come termine di paragone, quello stesso anno su una popolazione totale africana di 24 milioni di abitanti in Sud Africa, non pi di 5000 persone, cio lo 0,2%, stata detenuta per offesa alla sicurezza del regime di apartheid. 39. Dal 1948, lo Stato di Israele ha detenuto migliaia di Palestinesi senza accusa o senza processo. 40. Pi di 200 prigionieri palestinesi sono morti durante la prigionia a causa di tortura, maltrattamenti, privazione di cure mediche, abbandono. 41. Lo Stato di Israele ha sistematicamente torturato e maltrattato circa l’80% dei Palestinesi detenuti. I metodi di tortura usati dallo Stato di Israele includono sia torture psicologiche sia torture fisiche, come percosse agli organi pi delicati, impedimenti alla respirazione (soffocamenti), strappo di peluria dal corpo, regime di isolamento prolungato; i detenuti palestinesi sono stati sottoposti a rumori, urla e minacce contro i loro familiari. Altre forme di tortura e maltrattamento applicate dallo Stato di Israele contro i detenuti palestinesi comprendono la costrizione a stare in piedi, incappucciati e con le mani legate, per lunghi periodi di tempo, privati del cibo e del sonno, fame, elettroshock, bruciature, pugni, bastonate e calci, privazione di cibo, sonno e igiene minima, con conseguenti pidocchi e disagio generale, costrizione a stare in piedi per periodi di tempo prolungati. 42. Nei territori palestinesi occupati lo Stato di Israele ha imposto tribunali militari che non celebrano processi giusti. 43. Lo Stato di Israele garantisce l’impunit a quei soldati e coloni israeliani che commettono crimini contro Palestinesi. Lo Stato di Israele non si fatto carico di indagare o di perseguire in modo appropriato e imparziale quei soldati e coloni israeliani che hanno commesso crimini contro Palestinesi. Lo Stato di Israele ha negato giustizia e risarcimenti alle vittime palestinesi. VIII. Distruzione dei Mezzi di Sostentamento. 44. Dal 1967, lo stato di Israele ha sradicato centinaia di migliaia di alberi. Nel 1984 lo Stato di Israele ha emanato un ordine militare che definiva illegale per i Palestinesi piantare nuovi alberi da frutta senza un permesso. Durante l’estate 1988 lo Stato di Israele ha bruciato 8000 olivi e alberi da frutta e migliaia di frumento (grano?). Tra il 1993 e agosto 2001 lo Stato di Israele ha sradicato 280000 alberi da frutto a olivi appartenenti a Palestinesi nella sola Cisgiordania. Nel solo 2001 lo Stato di Israele ha sradicato 23551 alberi da frutta e olivi. 45. Lo Stato di Israele ha deliberatamente strangolato leconomia palestinese piegandola ad una dipendenza forzata attraverso i controlli delle importazioni e delle esportazioni alle frontiere, lo sfruttamento delle risorse naturali, lo smantellamento delle industrie e del commercio palestinesi, la violazione di tutta la gamma dei diritti degli impiegati e dei lavoratori, anche attraverso le chiusure e i coprifuoco. 46. Lo Stato di Israele ha deliberatamente imposto una serie di misure e atti che hanno peggiorato le condizioni di vita dei Palestinesi ad un livello che pu solo condurre al loro annientamento fisico. I metodi includono la confisca e l’espropriazione della terra e di altre risorse naturali palestinesi, in particolare dell’acqua, che ha gravemente intaccato la salute e la sostenibilit delle comunit palestinesi e del loro modo di vita. Lo Stato di Israele ha danneggiato la propriet e l’ambiente palestinese attraverso l’uso di armi pesanti e ha permesso la fuoriuscita di prodotti tossici e nocivi. Lo Stato di Israele ha imposto restrizioni al movimento dei Palestinesi dentro e fuori le localit palestinesi, colpendo i centri urbani e le comunit agricole ed economiche loro associate, comprese restrizioni di movimento e privazione dell’accesso alla propria terra e propriet. IX. Discriminazione e Apartheid. 47. Lo Stato di Israele ha imposto un sistema fiscale ai Palestinesi, mentre in termini pro capite gli Ebrei di Israele ricevono cinquanta volte pi finanziamenti dei Palestinesi. Degli aiuti spesi nei territori palestinesi occupati il 96.5% stato speso per i coloni israeliani e il 3.5% per il 90% della popolazione palestinese. Nel 1992, senza contare Gerusalemme Est, i coloni israeliani costituivano appena il 6% della popolazione di Cisgiordania e Gaza. Sebbene dal 1970 lo Stato di Israele richieda ai lavoratori palestinesi di pagare contributi all’Histadrut, i lavoratori palestinesi non possono essere membri di questa federazione sindacale. Tra il 1970 e il 1994 l’Histadrut ha confiscato 700 milioni di shekel dai lavoratori palestinesi senza che questi avessero il diritto di essere rappresentati. 48. Dal 1948 lo Stato di Israele ha imposto una segregazione e un regime di apartheid crescenti, compresa la separazione dei Palestinesi dalla pi vasta comunit araba nei paesi arabi vicini, separando i Palestinesi dalle loro famiglie e comunit in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e nella Striscia di Gaza. 49. Dal 1967 lo Stato di Israele ha separato e isolato i Palestinesi di Gerusalemme Est dalle loro famiglie in altre parti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Dal 1987 lo Stato di Israele ha isolato le comunit palestinesi attraverso recinzioni di filo spinato e porte di ferro, come per esempio nel campo profughi di Dheishe, vicino Betlemme. Dal 1989 lo Stato di Israele ha segregato, isolato e separato la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est, e anche dalle nazioni confinanti. 50. Dal 1993, lo Stato di Israele ha negato ai Palestinesi in Cisgiordania l’acesso alla Striscia di Gaza e in Israele. Da questo periodo lo Stato di Israele ha usato il coprifuoco, chiusure parziali o totali e arbitrarie. Dal 1993 lo Stato di Israele ha inoltre separato le comunit palestinesi dentro la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, separando i villaggi dalle citt e i villaggi dai villaggi attraverso posti di blocco, bypass roads, colonie e chiusure. 51. Da marzo 2001 lo Stato di Israele ha scavato trincee nelle strade principali, tagliando ogni movimento dai villaggi palestinesi ad ogni altra area, compresi i centri urbani da cui gli abitanti dei villaggi dipendono per il lavoro, l’istruzione, l’aiuto e l’assistenza umanitaria, comprese medicine, cliniche da campo e ospedali, e le risorse essenziali come il cibo e l’acqua. Da giugno 2001 lo Stato di Israele ha scavato ancora pi trincee e eretto recinzioni di ferro in alcune aree, isolando villaggi e citt. Da giugno 2002 lo Stato di Israele ha segregato, separato e isolato pi di 11000 Palestinesi che vivono tra la linea verde del 1967 e un muro in via di costruzione, o il cosiddetto muro di sicurezza nel nord della Cisgiordania. X. Negazione della Libert di Stampa. 52. Lo stato di Israele ha impedito ai giornalisti l’accesso ai luoghi, ha sottoposto i giornalisti alla violenza fisica, e all’intimidazione, ha arrestato e detenuto giornalisti, ristretto l’accesso alle fonti di informazione palestinesi, per esempio chiudendone le agenzie di stampa, confezionando notizie false e confiscando materiale, comprese pellicole, macchine fotografiche, filmati. XI. Negazione dell’Istruzione. 53. Lo Stato di Israele ha represso l’istruzione palestinese con chiusure, attacchi e distruzioni. Lo Stato di Israele ha ucciso, ferito, imprigionato e intimidito professori insegnanti e studenti palestinesi. Lo Stato di Israele ha regolarmente chiuso scuole e universit in Cisgiordania e Gaza per periodi prolungati, vanificando l’istruzione palestinese e proibendo le forme di istruzione alternative. Inoltre lo Stato di Israele ha occupato molte scuole e distrutto le loro propriet. Lo Stato di Israele ha attaccato scuole e universit e usato gas lacrimogeni dentro edifici scolastici. XII. Negazione della Libert di religione. 54. Lo Stato di Israele ha impedito e ostacolato il culto. Lo Stato di Israele ha attaccato moschee e aggredito i fedeli. Lo Stato di Israele ha consentito ai suoi soldati di sparare gas lacrimogeni dentro i luoghi di culto, di assaltare moschee e chiese, ha interrotto brutalmente i funerali dei Palestinesi. Fonte: Comitato di Difesa di Marwan (traduzione a cura del Comitato contro la guerra dellUniversit di Roma “Tor Vergata”) Crollato il muro di Berlino, se ne rialza un’ altro? by x matteo Monday June 02, 2003 at 03:15 PM ARANCI E ULIVI AL DI LÀ DEL MURO DI ISRAELE. “Ben 26mila palestinesi verranno separati dalle proprie terre, che saranno ammesse da Israele nell’altro lato del muro” ha denunciato Mustafa Barghouti, attivista per i diritti umani e presidente dell’Unione dei comitati palestinesi per l’assistenza L’aranceto del signor Rashid ormai non si vede più. Dal balcone della sua villetta di Qalqilya, nel nord della Cisgiordania, ormai si scorge solo l’imponente barriera di cemento eretta dagli israeliani: il ‘muro della vergogna’ – come lo hanno chiamato in tanti – con cui il governo di Ariel Sharon intende ‘recintare’ 360 chilometri di territori palestinesi per ‘contenere’ la minaccia terroristica. “Durante i lavori di costruzione del muro tutta la famiglia è stata sottoposta a coprifuoco negli orari notturni senza poter uscire di casa” racconta alla MISNA Isadora D’Aimmo, che ha visitato quella zona insieme a una delegazione dell’Assessorato al lavoro, immigrazione e cooperazione della provincia di Napoli. L’altezza media del sofisticatissimo reticolato è di otto metri: a ridosso delle finestre di Rashid si affaccerà una delle torrette di controllo disseminate ogni 300 metri. La stessa scena si ripete anche a Beltemme: nei pressi del check-point da cui gli israeliani controllano l’accesso alla ‘città della natività’ per chi proviene dalla vicina Gerusalemme, il grande muro ha stretto tra le sue maglie di ferro l’ultima abitazione prima del ‘confine’. “La barriera non è ancora stata ultimata – spiega l’interlocutrice – e per ora la casa è stata circondata da una barriera e da una rete metallica. Anche qui l’appezzamento di terreno antistante l’edificio è rimasto ‘tagliato fuori’ dal tracciato”. In questo fazzoletto di terra i proprietari coltivavano non aranci ma ulivi, che un tempo erano il simbolo della pace. A Betlemme migliaia di palestinesi vivono in condizioni economiche disastrate a causa dell’occupazione militare israeliana: il reticolato – fortificato da muri di cemento armato e da recinzioni di filo spinato – costa oltre un milione di dollari al chilometro. “Anche nella striscia di Gaza, a Rafah, la barriera rischia di bloccare l’accesso al mare”, aggiunge ancora D’Aimmo. I casi di Rashid e di Betlemme non saranno isolati: “Ben 26mila palestinesi verranno separati dalle proprie terre, che saranno ammesse da Israele nell’altro lato del muro” ha denunciato Mustafa Barghouti, attivista per i diritti umani e presidente dell’Unione dei comitati palestinesi per l’assistenza. “Altri 11mila palestinesi rimarranno intrappolati nella terra di nessuno: è scioccante vedere le dimensioni di questo nuovo ‘muro di Berlino’, insieme alle enormi conseguenze che esso avrà sulla vita dei palestinesi che vivono nella aree dove verrà eretto” ha aggiunto Barghouti. Le autorità israeliane avevano inizialmente promesso che il tracciato della barriera – ideata come soluzione per garantire sicurezza a Israele – avrebbe ricalcato i confini del 1967. Ma negli ultimi mesi è apparso sempre più chiaramente il progetto di annessione di alcune parti dei Territori palestinesi anche al di là della ‘linea verde’, come ha osservato recentemente Matthew Brubacher, ricercatore presso l’Orient House di Gerusalemme (fatta chiudere di recente da Israele). Appare quantomeno singolare che la tanto attesa ‘road map’ – definita oggi dal nuovo ministro per i negoziati del governo palestinese di Abu Mazen, Saeb Erekat, “l’ultima chance per la pace” -, presentata solo due giorni fa dalla comunità internazionale per rilanciare il negoziato, non contenga alcun riferimento alla gigantesca ‘gabbia a cielo aperto’ che Israele sta costruendo intorno ai Territori palestinesi. (di Emiliano Bos) La politica di sharon non si smentisce mai…sempre peggio !

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare. Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera. All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto. Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento. Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.» Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra. Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote. Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?» Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria. In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato. Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto. Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta. Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore. Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.» Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo. Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena. Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo. Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro. Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo. Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato. Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa. Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa. Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato. Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi. I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada. Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita. Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile. Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo. Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte. C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati. Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente. Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie. Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano. C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due. Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

 

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