Palestina: Storia

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C’è un luogo comune che sostiene che gli ebrei sono tornati nella loro terra d’origine dopo secoli di esilio forzato. In realtà la popolazione di quell’area era molto variegata tra le popolazioni residenti c’era anche la presenza degli ebrei che ne rappresentavano l’1%. Nell’anno 1200 a.c. gli ebrei guidati da Mosè fuggirono dall’Egitto e si stabilirono ad est del mar Morto. Dopo Mosè gli ebrei condotti da Giosuè conquistarono lo stato Cananeo e come ricorda l’Antico Testamento commisero le peggiori atrocità contro gli abitanti. Si impadronirono di una parte della Palestina e dell’est del Giordano; Saul vi fondò il regno ebraico nel 1020 a.c. Gli Assiro-babilonesi misero fine, nel 722 e 586 a.c., ad esso, mentre gli abitanti originari sono sempre rimasti nella loro terra, in Palestina. Sul piano storico, quindi, la discendenza degli ebrei della diaspora da una nazione-Stato in quell’area e dispersa dopo la conquista romana è infondata. E’ un falso storico, quindi, qualsiasi richiamo da parte sionista ai “diritti” territoriali della “Eretz Israel” (la Grande Israele). La storia della Palestina è storia della colonizzazione ebraica prima e sionista dopo.

Nel 1886 Herzl fonda il movimento sionista sostenendo che la soluzione del problema ebraico consiste nella fondazione di un proprio Stato. Herzl propone di cercare una “terra senza popolo” in cui fondare lo Stato ebraico e sfuggire alle persecuzioni. Si pensa dapprima all’Uganda, all’Argentina e all’Uruguay e infine alla Palestina.
E’ evidente che il sionismo non era un movimento di liberazione, anzi si inseriva perfettamente nel progetto coloniale dei secoli XIX-XX. Ma la maggioranza degli ebrei europei e arabi rimasero distaccati dal sionismo e l’immigrazione in Palestina fu molto lenta fino a quando l’avvento al potere di Hitler con un programma ferocemente antisemita, cambiò la situazione almeno in Europa e diede una grosso impulso all’immigrazione ebraica in Palestina.

Già nel 1917, in Palestina sotto mandato britannico, viene promessa la creazione di un focolare ebraico ( Dichiarazione Balfour ) incoraggiando una forte immigrazione ebraica. Esce il Libro Bianco sulla Palestina che impone la limitazione dell’immigrazione a 1500 unità al mese ma aumenta l’immigrazione clandestina anche a causa delle persecuzioni naziste.
Dal 1917 fino alla nascita dello stato ebraico sarà un susseguirsi di rivolte e sollevazioni delle popolazioni arabe contro la spoliazione progressiva delle proprie terre, rivolte represse nel sangue dall’esercito britannico e dalle milizie sioniste.
Nel 1947 gli inglesi rinunciano al mandato sulla Palestina e l’ONU impone una spartizione territoriale ( risoluzione 181): agli ebrei, che rappresentavano un terzo degli abitanti viene assegnato il 56% del territorio, mentre ai palestinesi rimaneva il 40% di un territorio frammentato, Gerusalemme rimaneva “zona internazionale” sotto il controllo ONU. Ma i sionisti occuparono un’area ancora più vasta di quella assegnata dall’ONU in virtù di un accordo segreto con Abdallah
di Transgiordania in seguito alla I guerra arabo-israeliana ( maggio ’48).
Il travaglio che ha vissuto il popolo palestinese a partire dal 1948, quando viene fondato lo Stato d’Israele sull’78% della Palestina ( la metà in più rispetto al piano di spartizione ONU) e che ha visto la cacciata di più della metà della popolazione autoctona dalla sua terra, è stato realizzato anche con la complicità sia dei regimi arabi reazionari (l’Egitto occupò la striscia di Gaza, la Giordania la Gisgiordania) sia della dirigenza palestinese arroccata su posizioni feudali e borghesi. L’esodo palestinese verso i paesi confinanti viene realizzato da parte sionista con veri e propri atti di terrorismo compiuti oltre che dall’esercito, da gruppi paramilitari come Stern e Irgun. Il più sanguinoso fu il massacro del villaggio di Deir Yassin, dove gli uomini di Begin ( futuro premio Nobel per la pace!) uccisero 250 fra uomini donne e bambini.

Nel luglio 1956 Nasser, presidente egiziano, annuncia la nazionalizzazione del Canale di Suez. Il 23 ottobre l’Inghilterra e la Francia preparano in gran segreto l’invasione contro l’Egitto, dopo aver dotato Israele di armi sofisticate. Il 29 ottobre scoppia la guerra. In pochi l’esercito israeliano occupa il Sinai e la striscia di Gaza. Nonostante il ritiro immediato imposto dall’Onu, Israele non si ritirerà mai da Gaza e diviene sempre più l’ avamposto degli interessi occidentali in Medio Oriente.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) formato da diversi movimenti di resistenza fra cui Al-Fatah, poi guidata da Arafat,che ne assume subito il controllo.
Nel 1967 altri gruppi di resistenza danno vita al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina guidato da George Habbash. Il F.P.L.P. insieme al Fronte democratico rappresentano la tendenza marxista dentro il movimento di resistenza e saranno i più intransigenti sia nella lotta sia contro i piani per la spartizione della terra palestinese.

Il 1967 è l’anno cruciale del conflitto israelo-palestinese, con la guerra lampo dei sei giorni le truppe israeliane occupano la Cisgiordania compresa Gerusalemme est, la striscia di Gaza, il Sinai e le alture del Golan (Siria). Inizia un secondo esodo di massa dei palestinesi ( oltre 500.000). Il 22 novembre l’ONU emana la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 242, che impone a Israele il ritiro e la restituzione di tutti i territori occupati. Israele non solo non si ritirerà mai, ma sottoporrà i palestinesi ad un duro regime di occupazione militare moltiplicando gli insediamenti coloniali sulle nuove terre confiscate ai palestinesi.
L’espansione israeliana continua: nel 1973 ( guerra del Kippur ) le truppe israeliane avanzano di altri 500 Kmq sulle alture del Golan ( Siria). Da una parte viene istituito l’embargo economico ad Israele, dall’altra inizia una collaborazione strettissima con l’invio di un supporto economico di 2.200 milioni di dollari in armamenti da parte Usa. Nell’ottobre dello stesso anno l’ONU emana la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 338 ( cessate il fuoco e piena attuazione della risoluzione 242). Solo con l’ Egitto nel 1978 si arrivò a una pace separata (Camp David) dove Israele restituì gran parte del Sinai. L’ultima fase del progetto di pacificazione con l’Egitto ha visto un rapido incremento nella concessione di terre ai coloni: da luglio 1980 a marzo 1981 sono stati concessi 3.600 ettari, vale a dire un sesto di tutte le terre concesse in 14 anni d’occupazione.

E’ la stessa concezione della colonizzazione che è cambiata. Inizialmente giustificata per esigenze di carattere militare, è diventata uno strumento per interrompere la continuità territoriale della Cisgiordania e per isolare le città dalla campagna. La distribuzione degli insediamenti è, infatti, a reticolo su tutto il territorio e a corona intorno alle città. La politica israeliana ha fatto dei territori occupati un dormitorio per la forza-lavoro palestinese occupata in Israele e i villaggi arabi sono stati trasformati in “ unità stagnanti non produttive”.
La Siria, che pure criticava l’Egitto per gli accordi separati nel 1976, invase e si impossessò del Libano: inizia così la lunga e sanguinosa guerra civile libanese che vede contrapposte le forze progressiste libanesi e la resistenza palestinese da una parte e la destra falangista e cristiano-maronita foraggiata da Israele e Siria dall’altra. I Palestinesi che si erano rifugiati in Libano dopo il Settembre Nero di Amman, dove le truppe beduine di re Hussein di Giordania massacrarono oltre 10.000 dei profughi che vivevano in Giordania dopo gli esodi forzati del ‘48, pagarono il maggiore tributo di sangue: nel 1976 dopo un assedio durato mesi e mesi i falangisti entrarono nel campo di Tel Al-Zatar e massacrarono 6000 civili palestinesi.Ad aggravare la situazione ci pensa nel 1982 Israele: il capo del governo Begin (ex capo terrorista dell’Irgun) e il ministro della difesa Sharon con l’operazione chiamata ironicamente “Pace in Galilea”occupano e devastano con le truppe israeliane tutto il Libano uccidendo con i bombardamenti aerei oltre 14.000 civili. Dopo 3 mesi di guerra e di trattative, l’OLP evacuò i propri combattenti da Beirut con la garanzia della comunità internazionale della protezione dei campi profughi palestinesi con una forza di interposizione militare e con la garanzia che Israele non entrasse a Beirut.Tre giorni dopo il ritiro dei combattenti palestinesi che avevano comunque garantito la protezione della comunità civile, inizia la lenta avanzata degli israeliani dentro Beirut che circonda i campi profughi senza protezione. Il 15 settembre 1982 la milizia falangista libanese su ordine di Sharon entra nel campo profughi di Sabra e Shatila e massacra oltre 2000 civili palestinesi.
Disgregato e frammentato in tutti i paesi arabi, lontano dalla Palestina, inizia, dopo l’evacuazione da Beirut, il declino dell’ OLP ridotto ormai a puro apparato burocratico e militare. La formazione di uno stato palestinese sembra sempre più lontana, grazie anche al disinteresse e all’opportunismo dimostrato da tutti i paesi arabi. A capovolgere questa situazione sarà proprio la popolazione palestinese dei territori occupati che nel 1987 prima a Gaza e poi in Cisgiordania, darà inizio all’ Intifada: una straordinaria sollevazione popolare contro il regime di apartaid ed il colonialismo Israeliano. Nei palestinesi dei territori occupati era cresciuta la convinzione, di dover affrontare, da soli e in prima persona, il problema dell’occupazione israeliana.
Tutti vi prendono parte: i giovani nati dopo l’occupazione del ’67, i profughi del ’48, gli arabi che vivono oltre la “linea verde”. Durerà 5 anni e si estenderà su tutti i territori, compresa Gerusalemme. Si organizzano i Comitati Popolari, con una dirigenza clandestina costituita nel Comitato Nazionale Unito della Rivolta, che comprendono al loro interno i comitati sanitari, comitati dell’educazione, comitati dell’economia e di guardia. Gli “shebab” attaccano l’esercito con pietre, si allarga la disobbedienza civile di massa, si boicottano i prodotti israeliani, si organizza la disobbedienza fiscale, vengono organizzati scioperi totali amministrativi e commerciali. I comitati stessi diventano delle strutture orizzontali di autorganizzazione popolare. Nascono le “forze d’urto”, nuclei di giovani mascherati che scrivono slogan sui muri, affrontano i soldati a mani nude, tendono imboscate alle pattuglie militari e ai veicoli israeliani che transitano nei Territori.
Fra queste forze alcune assumono le caratteristiche di veri e propri nuclei combattenti. I gruppi più famosi sono “le pantere nere”, formata da militanti di Fatah, e “le aquile rosse”, formate invece da membri del Fronte Popolare di Habbash.
L’esercito israeliano risponderà pesantemente: quasi 800 morti, migliaia di feriti, oltre mezzo milione di arresti, interi villaggi, campi profughi e città vengono posti sotto coprifuoco per intere settimane, ricorso massiccio della demolizione di case, confisca dei terreni, chiusura di scuole e università.
La guerra del Golfo del 1991 spinge Israele ad armarsi ulteriormente mentre le condizioni di vita dei palestinesi peggioreranno ulteriormente per il mancato sostegno economico dei lavoratori palestinesi che lavoravano negli Emirati. Gli USA promettono di affrontare la questione palestinese, il 30 ottobre 1991 si apre la conferenza di Madrid. Il 16 dicembre l’ ONU rilancia la risoluzione “sionismo è razzismo”. Nel 1993, dopo il reciproco riconoscimento ufficiale e la “Dichiarazione dei principi di autogoverno” (apertura dei negoziati sullo statuto definitivo dei territori occupati, di Gerusalemme, delle colonie, dei profughi, della sicurezza, delle frontiere, la piena attuazione delle risoluzioni 242 e 338 ), vengono firmati gli accordi di Oslo 1 che prevedono il ritiro dell’esercito israeliano dalla striscia di Gaza e dalla zona di Gerico, l’inizio del periodo transitorio di 5 anni nel quale deve avvenire il passaggio dei poteri militari e amministrativi dagli israeliani alle autorità palestinesi. Arafat dopo 27 anni di esili rientra e si stabilisce a Gaza.

La tensione torna a salire nei Territori Occupati per le ripetute provocazioni israeliane, per le mai interrotta costruzione di nuove colonie ebraiche, per lo strangolamento ulteriore dell’economia palestinese, confische sistematiche di case e terre, appropriazione delle risorse idriche, sempre maggiore limitazione dei diritti civili. La dichiarazione dei principi non offriva neanche l’accenno alla risoluzione del problema di fondo fra palestinesi e israeliani.
Il 28 settembre 1995 viene firmato l’accordo “Oslo II” che prevede l’estensione dell’autonomia in Cisgiordania.

Tra gli accordi di Oslo e la nuova Intifada i fatti sono più o meno noti: Arafat aveva accettato un finto
stato palestinese esercitato su singoli fazzoletti di terra, subordinandosi di fatto ad ogni diktat del governo israeliano. Nei fatti quello che viene creato è un enorme apparato poliziesco per reprimere chi
esprime dissenso o mette in discussione gli accordi, nel tentativo di accreditarsi le cancellerie occidentali. Tra le masse palestinesi strette tra la continua espansione degli insediamenti dei coloni e un peggioramento consistente delle condizioni di vita, cresce rabbia e disperazione.
In questo contesto crescono le organizzazioni fondamentaliste ( Hamas e Jiad islamica ) non solo in termini di reclutamento di “martiri” da mandare dalla parte israeliana, ma di presenza concreta dentro le istituzioni palestinesi laddove l’A.N.P. era più assente: scuola, sanità e vita sociale in genere.
Di fronte alle continue sommosse e rivolte popolari contro la presenza sempre più massiccia di coloni ed esercito e di fronte al mancato impegno israeliano sui punti dell’accordo di Oslo, nel luglio 2000 sarà lo stesso Arafat che, per recuperare credibilità fra i palestinesi, a Camp David rifiuterà, con uno scatto d’orgoglio, la continuazione di nuovi negoziati che, di fatto, non offrivano nulla ai palestinesi. I palestinesi si sono trovati chiusi in ghetti ( bantustan ) senza alcuna continuità territoriale; mentre Israele realizza gli obiettivi di sempre: appropriarsi di tutta la Palestina mandataria e vanificare la nascita di uno stato palestinese.

In questo quadro si innesta la provocazione del macellaio Sharon sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme, dove il 28 settembre 2000 polizia e esercito uccidono 7 palestinesi e ne feriscono 250.
E’ l’inizio della nuova Intifada, la sollevazione popolare nata dal fallimento degli accordi di Oslo, dal cumulo di frustrazioni e umiliazioni accumulate in anni e anni di occupazione violenta.
Il resto è cronaca di questi giorni.

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