ARABIA SAUDITA – CHI E’ ASHRAF FAYADH.

ASHRAD FAYADH

Poeta, artista e curatore d’arte, Ashraf Fayadh da circa due anni si trova in carcere ad Abha, in Arabia Saudita, con l’accusa di apostasia, di offesa alla morale saudita e di aver diffuso idee ateiste con la sua raccolta di poesie intitolata Al taalimat bi al dakhil (Le istruzioni sono all’interno), pubblicata a Beirut nel 2007 dall’editore libanese Dar al Farabi.

Nel novembre del 2015 un tribunale saudita l’ha condannato alla pena di morte per decapitazione, respingendo così il verdetto precedente di un altro tribunale, che gli aveva inflitto quattro anni di detenzione e 800 frustate.

Trasformazioni radicali

Ashraf Fayadh è nato in Arabia Saudita, dove vive e lavora, da una famiglia di origine palestinese. Fa parte del collettivo di artisti anglosauditi Edge of Arabia, che promuove l’arte araba e saudita contemporanea, con cui ha curato la mostraRhizoma alla Biennale di Venezia del 2013. Fayadh è stato anche il curatore di un’altra mostra, Mostly visible, esposta nel 2013 a Jeddah. Mostly visible era un’esposizione indipendente, autoprodotta e creata dal basso, che riuniva una ventina di artisti sauditi dai 18 ai 45 anni e che aveva come obiettivo quello di “promuovere la scena artistica saudita, ancora effervescente e giovane, e far sì che lo sviluppo dell’arte contemporanea in Arabia Saudita diventi mostly visible”, cioè esca dall’ombra.

Ashraf era, ed è tutt’ora, molto conosciuto nel circuito artistico saudita indipendente. Era, ed è conosciuto nella città di Abha, diventata un centro importante per la produzione artistica locale. Su Rhizoma aveva detto: “Il nostro obiettivo è fornire una visione chiara delle trasformazioni radicali vissute dall’arte saudita, che oggi è più in connessione con le sue radici, con una cultura più genuina, rappresentata dalla consapevolezza delle diverse condizioni di vita in Arabia Saudita”.

Fayadh non ha potuto rivolgersi a un avvocato perché la polizia religiosa gli ha confiscato i documenti

Le notizie circa i reati di cui è accusato sono confuse, a volte contraddittorie. Secondo l’organizzazione Pen international, che difende gli scrittori e gli intellettuali oggetto di pressioni e minacce, Fayadh sarebbe stato denunciato da un uomo con cui nel 2013 aveva avuto una discussione in un caffè di Abha per questioni artistiche. Sempre secondo Pen, i sostenitori di Fayadh ritengono che il poeta sia stato punito per aver postato su YouTube un video in cui era ripreso un esponente della polizia religiosa saudita che frustava un uomo in pubblico.

Altre accuse lo indicano colpevole del reato di aver intrattenuto relazioni illecite con alcune donne, le cui foto sarebbero state trovate sul suo cellulare. In questo caso Fayadh aveva spiegato che si trattava di foto scattate durante un’esposizione artistica a Jeddah. Secondo l’attivista per i diritti dei migranti Mona Kareem, citata da The Guardian, Ashraf starebbe invece pagando per le sue origini palestinesi.

Quel che è certo è che, nei due anni di detenzione, Fayadh non ha mai potuto rivolgersi a un avvocato perché, all’atto dell’arresto, la polizia religiosa gli ha confiscato i documenti, necessari per poter richiedere l’assistenza legale. The Guardian ha scritto che dopo l’emissione del verdetto di condanna a morte, lo scorso dicembre, un avvocato per i diritti umani è riuscito a presentare un appello nel quale sostiene che mancano le prove d’accusa contro Fayadh, e che tutto il procedimento è pieno di vizi procedurali talmente gravi da poter far cadere l’impianto accusatorio.

In particolare sarebbe falso che il poeta abbia pubblicamente rinunciato alla fede islamica, accusa che tra l’altro lo stesso Fayadh aveva contestato già fin dal febbraio del 2014, poco dopo il suo secondo arresto, quando aveva confermato di essere un fedele credente.

Da circa un anno Ashraf Fayadh gode del sostegno di una campagna internazionale che non ha mai smesso di chiedere la sua scarcerazione.

La mobilitazione del 14 gennaio

Nel febbraio del 2014, cento artisti e intellettuali arabi hanno firmato un appello in cui chiedevano la sua liberazione e condannavano “questi atti di intimidazione che hanno preso di mira Ashraf Fayadh e che fanno parte di una più ampia campagna che istiga all’odio contro gli scrittori e che usa l’islam per giustificare l’oppressione e reprimere la libertà di parola”.

I testi sono pubblicati in un libro intitolato 100 poems for freedom. No instructions to follow (Cento poesie per la libertà. Non ci sono istruzioni all’interno) .

Le poesie di Ashraf Fayadh non sono poesie “blasfeme”. Sono dei componimenti poetici

Il regime saudita è difficile da impressionare. Però contiamo sul fatto che un coro di voci di persone diverse che provengono da varie parti del mondo possa fare in qualche modo la differenza

Suo malgrado, quindi, Ashraf Fayadh è diventato un simbolo. Ma non solo perché è considerato ormai a livello internazionale come un prigioniero di coscienza. Né perché la sua storia personale e la sua vicenda recente espongono in qualche modo, ancora una volta, tutta la drammaticità della questione palestinese e della diaspora. È un simbolo anche perché rappresenta un altro aspetto del mondo arabo contemporaneo che fatica a trovare spazio tra le notizie urlate che arrivano dal Medio Oriente, perché ci parla di normalità: la normalità della cultura prodotta nei paesi arabi, nei quali ogni anno, come in qualsiasi parte del mondo, si scrive, si traduce, si pubblicano libri, si organizzano festival ed eventi culturali di ogni tipo.

Il punto è che le poesie di Ashraf Fayadh non sono poesie “blasfeme”, come una certa stampa le ha etichettate. Sono dei componimenti poetici, alcuni brevissimi, sull’amore e sulla perdita dell’amata:

Chiedi allo specchio di spiegarti quanto sei bella! / Spargi come polvere le mie parole ammassate, / respira profondamente, e ricorda quanto ti ho amata…

Sono anche riflessioni, a volte filosofiche, sull’esistenza, sulla condizione dei rifugiati, sull’esilio, sulla cittadinanza:

Ogni Patria pacifica… o in guerra costante…/ Ogni Patria che, giorno dopo giorno, senza lamentarsi viene calpestata dai tuoi piedi… / Diventa nel cuore… qualcosa su cui l’esilio esistenziale non ha influenza…/ E che gli toglie importanza

Non credo che Ashraf Fayadh abbia mai voluto diventare un prigioniero di coscienza o un simbolo per l’arte araba e saudita. Forse voleva restare solamente un intellettuale, un uomo normale. E il mondo arabo oggi non ha bisogno di altri eroi o di simboli. Ha un estremo bisogno di normalità, che sia la bellezza di una mostra di opere d’arte, o la forza espressiva di un verso poetico.

Dopo aver ricevuto la sua condanna a morte, a Fayadh è stato negato l’accesso alla rappresentanza legale, e gli sono stati dati solo 30 giorni di tempo per presentare ricorso. Quando lo fece, la pena è stata ridotta, a otto anni di prigione e 800 frustate, da effettuarsi in 16 occasioni.

 

Nel 2013, Fayadh ha co-curato una mostra d’arte saudita alla Biennale di Venezia, chiamandola  Rhizoma, che sarebbe un’antica parola greca che sta ad indicare una pianta le cui radici crescono sia orizzontalmente che verticalmente. Questa metafora ha rappresentato la nuova generazione di artisti sauditi che sono stati costretti ad esprimersi in maniera  sotterranea nel regno ultraconservatore saudita, ma che ha anche raggiunto l’esterno grazie al sostegno del resto del mondo. Queste radici si allungano e si irrobustiscono ogni giorno. Nel 2012, per esempio, un collettivo anonimo di registi ha istituito un cinema segreto a Abha, nonostante le minacce di morte e la prospettiva di un destino simile a quello di Fayadh , la polizia li ha trovati. Uno dei film proiettati riguardava i diritti delle donne, ed è stato girato con una telecamera nascosta in un involucro “abaya” tradizionale. Molti artisti sauditi oggi possono esibire la propria arte solo all’estero, e anche in questo caso sotto lo sguardo intransigente della polizia religiosa.

Noi che solo per caso viviamo in una situazione politico-sociale differente e certamente migliore, dobbiamo sentire il dovere di sostenere le lotte quotidiane di questi coraggiosi artisti.  La nostra vita è intrinsecamente confortevole. Possiamo scrivere liberamente e andare al cinema senza restrizioni di alcun genere,  e  quindi tocca a noi fortunati raggiungere e non dimenticare che esistono realtà come quella su citata.

Il caso di Ashraf Fayadh è solo uno dei molti casi , in tutto il mondo, ma è uno attorno a cui tutto il mondo dovrebbe riflettere..

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